Nel processo in corso dinanzi alla Corte d’Assise di Foggia a carico del 52enne Michele Piano, i periti della difesa bocciano gli accertamenti tecnici sulla polvere da sparo. Per gli esperti non sarebbero stati rispettati i protocolli ministeriali.
Le conclusioni dei periti: dubbi sugli accertamenti tecnici.
“Non sussistono elementi per attribuire all’imputato Michele Piano la responsabilità dell’uso della pistola, ma è possibile stabilire che lui, come gli altri, fosse sulla scena del crimine”. È questa la netta conclusione a cui sono giunti i consulenti della difesa — il cavaliere Nicola Donno, esperto balistico, e Vittorio Cassiano, medico legale — chiamati a deporre in aula dall’avvocato Luigi Marinelli.
Il processo vede imputato il 52enne Michele Piano, accusato dell’omicidio del cugino 34enne Michele Placentino, consumato al culmine di un violento litigio. Secondo l’analisi dei periti difensori sugli atti del Ris, del Racis e sulle tracce biologiche, i prelievi tecnici effettuati la sera del delitto presenterebbero criticità tali da aprire la strada a seri margini di dubbio.
Le irregolarità nei prelievi: I consulenti hanno evidenziato un “mancato rispetto assoluto del protocollo” del Ministero dell’Interno. I tamponi per la rilevazione della polvere da sparo (stub) sui quattro presenti nell’appartamento — tra cui l’imputato — furono eseguiti genericamente sulla metà destra e sinistra del corpo, senza isolare le mani e le braccia con kit autonomi come prescritto dalle linee guida.
Il nodo dell’arma modificata e la contaminazione dei residui.
Un altro elemento centrale sollevato in aula riguarda la natura dell’arma del delitto: una pistola a salve modificata.
- Dispersione anomala: Questo tipo di arma, durante la deflagrazione, proietta residui in ogni direzione in quantità anomale.
- Esposizione collettiva: Tutti i presenti nell’appartamento di via Paolo VI sono stati inevitabilmente esposti alla polvere da sparo.
- Impossibilità di identificare il tiratore: L’assenza di un tampone dedicato specificamente al distretto anatomico delle mani rende, secondo i periti, impossibile stabilire chi impugnasse realmente l’arma.
La linea della difesa e i prossimi passaggi processuali.
Esaurita la lista dei testimoni della difesa, l’avvocato Luigi Marinelli ha espresso soddisfazione per i dati emersi in aula, ribadendo la posizione sostenuta sin dall’inizio dall’assistito:
- La posizione del legale: “I nostri consulenti hanno stabilito in maniera tecnica e scientifica che le modalità dei prelievi erano sbagliate, inficiandone l’interpretazione. Questo apre al dubbio verso quello che Piano ha sempre sollevato, ovvero di non essere stato lui l’autore materiale dell’omicidio”.
- Il calendario del processo: Il dibattimento proseguirà a fine novembre con la requisitoria del PM Miriam Lapalorcia e la discussione delle parti civili (rappresentate dall’avvocato Angelo Pio Gaggiano). Successivamente si terranno l’arringa difensiva e il verdetto di primo grado.
Il contesto del delitto.
I fatti risalgono alla sera del 2 febbraio 2024 all’interno di un’abitazione in via Paolo VI a San Giovanni Rotondo.
Secondo l’impianto accusatorio della Procura, il movente sarebbe riconducibile a un diverbio passionale, scaturito dopo che la vittima avrebbe accusato un’altra persona di importunare la moglie. In quel contesto sarebbe intervenuto Michele Piano, esplodendo i colpi con la pistola clandestina (tre i proiettili a segno, di cui uno fatale al torace e all’addome). L’imputato, unico indagato e allontanatosi nelle campagne subito dopo l’accaduto, si è sempre dichiarato innocente.
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